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Corrispondenze un confronto apparentemente anacronistico ho chi minh e la dichiarazione di arbroath

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO
DIPARTIMENTO DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di Laurea Magistrale in Scienze Storiche

FONTI PER LA RICERCA STORICA
Prof. Gian Maria Varanini

ELABORATO
Corrispondenze.

Andrea Cozzi
192821



INDICE

1. Il documento e il suo valore.............................................................................................................5
2. Le lettere americane di Ho Chi Minh...............................................................................................9
3. La Dichiarazione di Arbroath.........................................................................................................14
4. Conclusioni.....................................................................................................................................20
Traduzione in inglese della Declaration of Arbroath..........................................................................21



1. Il documento e il suo valore
Per una riflessione adeguata, di interesse storico-archivistico, sul concetto di
“documento” e sul carattere dispositivo di tale oggetto, è bene chiarire una questione: i
documenti, in particolare quelli governativi o comunque legati a istituzioni politiche operanti
in un determinato territorio, nascono per una funzione pratica. Questo scopo, ad essi


connaturato, non per forza si esprime nel valore performativo degli stessi: la loro praticità,
infatti, può derivare da una necessità legata a una precisa azione politica, che determina –
nell'apparato istituzionale – operazioni di ricerca, censimento o raccolta di informazioni che,
una volta ultimate, possono supportare l'esercizio del potere del governo o comunque del
soggetto politico che le ha avviate e che necessitava per queste ragioni del documento ultimo
che ci troviamo a strudiare.
Questo aspetto pratico, per motivi di opportunità ed efficacia, fa sì che questi
documenti siano spesso circondati da una certa riservatezza o, al contrario, da una certa
protezione. Se pensiamo, per esempio, a documenti di politica estera o militare, risponde a
una certa logica il fatto che sia necessario tutelare determinate informazioni raccolte,
nell'interesse della collettività o di un potere politico. Quanto detto vale con maggior forza se
ci muoviamo nell'ambito della pubblica difesa e delle relazioni internazionali: è assolutamente
necessaria una sfera di riservatezza.
A seguire, ragionando in una prospettiva democratica, è previsto che tutti i documenti
siano infine destinati agli archivi storici di riferimento. Questa consuetudine, però, conta
alcune eccezioni: esistono Stati che ancora oggi non consentono l'accesso dei documenti
militari agli Archivi di Stato. In Italia, per esempio, è il caso dei documenti attinenti agli Stati
Maggiori delle quattro forze armate, ovvero Marina Militare, Esercito Italiano, Aeronautica
Militare e Arma dei Carabinieri. Qualcosa di simile avviene in Francia, dove tuttavia la
consultabilità, più che essere vietata, è altro legata a tempi piuttosto lunghi. Per quanto
riguarda settori specifici, poi, troviamo una riservatezza assoluta relativa ai documenti militari
di natura attinente alla materia del “nucleare”. Anche negli Stati Uniti d'America vige un
sistema totalmente consultabile ad eccezione dei documenti di natura militare.
È interessante soffermarsi sul fatto che la segretezza di determinati documenti si
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giustifica con l'impossibilità di rendere di dominio pubblico particolari informazioni: come
questo, in casi specifici, chiami in causa problematiche di natura politica e conflitti ideologici
molto importanti è parte della materia di questo breve studio. Sorge infatti, nella dinamica qui

esposta, un evidente contrasto tra le ragioni del diritto storico o giornalistico, del diritto
all'informazione, e l'interesse dello Stato, conflitto nel quale istanze amministrative si rivelano
sostanzialmente opposte a quello che, dal soggetto civile, dalla popolazione o dai soggetti
culturali, è percepito come l'interesse della collettività. Scelte politiche legate a determinate
indagini o particolari strategie, infatti, portano con sé un uso della cosiddetta Raison d'Etat
che esprime una forte divaricazione tra la lettura di dati oggettivi e le direzioni politiche
conseguenti alla produzione di determinati documenti o dossier segreti.
È il caso, per esempio, della vicenda dei “Pentagon Papers”, documenti segreti del
Dipartimento della Difesa americano relativi all'impegno statunitense nel sud-est asiatico dal
dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, periodo in cui ne fu commissionata l'elaborazione
dall'allora Segretario della difesa Robert McNamara. Attorno a questo corposo insieme di
studi, riflessioni, statistiche, è sorto un dibattito intellettuale forse senza precedenti in età
contemporanea: il suo passaggio da dcoumento segreto a documento pubblico nel 1971 ha
messo a dura prova la solidità di un governo americano, quello di Richard Nixon,
effettivamente non del tutto implicato nella vicenda, che sarebbe caduto di lì a un anno a
causa dello scandalo di Watergate, operazione si spionaggio politico di cui si rese
protagonista. La vicenda realtiva ai Pentagon Papers è molto semplice. Dopo i primi anni di
guerra in Vietnam, McNamara ordinò in segreto la raccolta di tutti i dati relativi all'impegno
americano in Indocina, compresi documenti segreti, analisi, previsioni e descrizione degli
obiettivi. Il tutto aveva lo scopo di riflettere sull'efficacia e sull'oppportunità dell'impegno, con
dati alla mano che permettessero di realizzare un dossier completo ed esaustivo. Coloro che si
dedicarono alla redazione del documento lavorarono con precisione e i risultati furono diversi
plichi di unità per un totale di oltre settemila pagine.
Quello che qui interessa non è entrare nei contenuti esatti della vicenda, ma è
fondamentale sapere che dopo che la guerra prese una certa piega, una delle persone deputate
alla compilazione del dossier, Daniel Ellsberg, decise di trafugare i documenti segreti, copiarli
e consegnarli alla stampa, rivelando notizie assolutamente compromettenti per il governo, la
più clamorosa delle quali risultava essere la quasi totale assenza dai reali obiettivi del conflitto
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del miglioramento delle condizioni di vita e e di libertà della popolazione vietnamita, che
invece di facciata veniva dichiarato come il principale scopo dell'aggressione militare anticomunista in aiuto dell'autodeterminazione del popolo vietnamita oppresso dal rischio di una
vittoria comunista. Ciò che qui conta, è il fatto che – dopo polemiche, accuse governative nei
confronti del New York Times che pubblicò i documenti fatti pervenire da Ellsberg al
quotidiano, assoluzione da parte della Corte Suprema in nome della libertà di stampa – i
Pentagon Papers somo oggi disponibili e interamente consultabili sul sito degli Archivi
Nazionali degli Stati Uniti d'America. Di questo documento si analizzeranno alcune pagine,
fondamentali dal punto di vista della ricerca storica: si tratta infatti di alcuni brani tratti dalle
lettere di Ho Chi Minh, la maggiore personalità politica vietnamita, prima nazionalista e poi
comunista, rivolte agli Stati Uniti, in cui colui che poi sarebbe diventato uno dei maggiori
nemici degli americani chiedeva l'aiuto e l'intervento americano in Vietnam affinché
quest'ultimo potesse essere salvato dal colonialismo francese, che stava distruggendo il paese
e la cui presenza imperialista doveva cessare. Ho Chi Minh, che scrisse queste lettere in anni e
periodi temporalmente e politicamente diversi tra loro, e che cominciò a farlo negli anni '20
del '900 quando era un convinto nazionalista assolutamente scevro da ideali comunisti, non
ricevette mai alcuna risposta dal governo di Washington. La lettura di stralci di queste lettere
sarà utile perché adatta ad effettuare un paragone.
Quest'ultimo, consistendo in una operazione di confronto con un testo di età
medievale, non intende procedere alla maniera di un volo pindarico sforzandosi di accostare
due documenti completamente diversi per situazione, epoca, contentui e contesto. Il senso,
invece, è quello di poter ragionare sul valore operativo dei documenti scelti attraverso una
sorta di sforzo filosofico attorno all'dea di documento, relativamente a due determinati
esemplari e alle implicazioni che questi aprono in una ricerca che pretende di essere storica.
Il secondo documento oggetto della presente ricerca comparativa, infatti, consiste in
un oggetto di fama internazionale nella storia della nazioni, poco studiato in Italia ma –
probabilmente – suscettibile di tornare alla ribalta per questioni legate al ritorno in voga del
tema della separazione della Scozia dal Regno Unito, dopo il dibattito provocato dalla
probabile uscita di questo dall'Unione Europea. Si tratta infatti della Dichiarazione di
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Arbroath: di questa fonte storica di grande importanza per l’identità del popolo scozzese, la
sua storia e i contesti politici da essa attraversati, rimane una copia, conservata a Edimburgo
presso i National Records of Scotland. Ogni documento storico, nella sua materialità, è
testimonianza fisica di precisi eventi storici: pochi come questo, però, racchiudono nel proprio
aspetto formale le tracce dei più significativi episodi della storia di due paesi, e in particolare
della costituzione e dell’autodeterminazione di uno di questi. Ecco che allora ci troviamo di
fronte a un ottimo esempio dello spettro di valori simbolici e dispositivi che caratterizzano i
materiali d’archivio.
A livello contenutistico, il documento noto come Dichiarazione di Arbroath non è
altro che una corrispondenza epistolare legata all’autodeterminazione del popolo scozzese di
fronte al potere inglese sull’isola britannica: precisamente, la Lettera dei baroni di Scozia a
Papa Giovanni XXII, risalente alla data del 6 aprile 1320 e prodotta presso Arbroath. L’evento
della sua scrittura ha ancora oggi un valore identitario e culturale di importanza
incommensurabile, perché costituisce l’atto di auto-riconoscimento della Scozia come nazione
indipendente dal dominio inglese. È degno di nota il fatto che, relativamente all’aspetto
archivistico, è proprio questo documento a costituire in sé e per sé il gesto dispositivo
dell’indipendenza scozzese: non si tratta di qualcosa di secondario rispetto a una guerra o a un
atto politico già avvenuto, ma è invece esso stesso a cositutire l’atto politico a cui sono
correlati eventi bellici di qualche anno prima, tra i quali il più noto ai cultori affezionati alla
storia dei fatti è famoso con il nome di “battaglia di Bannockburn”, e risale al 1314. Nel 1320,
infatti, la Scozia combatteva per l'indipendenza dall'Inghilterra da ormai ventitré anni. Prima,
il popolo scozzese viveva in un relativo stato di pace sotto Alessandro III, fino a quando Re
Edoardo I di Inghilterra volle sfruttare la vacanza del trono seguita alla morte di questi per
imporsi nel 1286. L'annessione fu completata, ma dall'anno successivo cominciarono le
ribellioni guidate dapprima dal famigerato eroe William Wallace, la cui saga è ancora oggi in
voga nella cultura popolare europea, poi da Robert the Bruce, che sconfisse il figlio di
Edoardo, Edoardo II, nel 1314, a Bannockburn. Le ostilità continuarono e in particolare si
concretizzarono attorno agli sviluppi della precedente morte, nel 1303, di Papa Bonifacio

VIII, che aveva sempre avuto un occhio di riguardo per gli scozzesi. I successivi Papi,
Clemente V e Giovanni XXII, non furono altrettanto favorevoli alla causa dell'indipendenza
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dagli inglesi, sostenendo invece Re Edoardo II. C'era anche una questione di convenienza
dietro all'interesse papale per la questione: i disordini in terra di Scozia distraevano gli Inglesi
e continuavano a contribuire alla rinuncia inglese rispetto alla partecipazione a una crociata
contro i Turchi. Per questa ragione, nel 1317, Papa Giovanni XXII scrisse a Roberto I di
Scozia per intimargli di cessare le ostilità nei confronti della corona inglese. Questi, però, a
cui il Papa non si era rivolto chiamandolo Re quale era riconosciuto dal suo popolo, si rifiutò
di leggerla. L'evento scatenò l'ira papale, che nei due anni più tardi culminò nella
fulminazione di un interdetto nei confronti della Scozia e nell'intimazione a quattro vescovi
scozzesi di comparire davanti alla Corte Papale.1 In risposta a questo, circa quarantuno nobili
e otto conti scozzesi, riconoscendo in Robert the Bruce, appena scomunicato, il proprio
legittimo Re, sottoscrissero ed inviarono ad Avignone questa missiva, dichiarando la propria
indipendenza come popolo scozzese. Gli esiti di questo gesto confluirono in una intimazione
papale a Edoardo II e nella riconosciuta indipendenza della nazione solo nel 1328. La copia
che ci rimane oggi consiste in una copia dell'originale che fu trasmesso in terra francese
diretto alla sede papale.
È interessante come uno stesso documento, attraverso la prova materiale che
rappresenta nelle sue caratteristiche qualitative, sia lo specchio fedele di un processo storico
durato quasi sette secoli, in quanto ancora vivo. Le vicissitudini a cui esso è legato, infatti, lo
segnano come ferite: segni del tempo non solamente secondo un punto di vista metaforico, ma
propriamente a un livello sia evenemenziale che processuale.
Lo scopo di questo breve elaborato è quello di riflettere su due fonti storiche di rilievo,
la prima delle quali ha segnato la storia americana e la storia della stampa nel XX secolo, e la
seconda, determinante nella storia della Scozia, che conserva ancora oggi un valore culturale
mai tramontato e anzi, a causa dei contesti storico-economici che hanno caratterizzato
l’ultimo triennio dopo la vicenda della cosiddetta Brexit – ovvero la proposta, avallata dal

referendum consultivo, di uscita del Regno Unito dall'Unione Europea – si rivela più che mai
attuale nel dibattito storico e politico del XXI secolo, sopratutto per gli anni a venire.
L'intento è di costruire una riflessione in grado di cogliere sinteticamente la complessità di un
problema di natura archivistica come quello del significato intrinseco dei documenti, del
1 Sir James Fergusson, The Declaration of Arbroath, Edinburgh University Press, 1970, pp. 13-14

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valore della loro esistenza e di quello della loro conservazione, cominciando però a riflettere a
partire dai testi contenuti nelle lettere, congruenti nel significato sostanziale della loro
formulazione.

2.

Le lettere americane di Ho Chi Minh
Per conseguire al meglio il tentativo di analisi che qui si intende svolegere, è stata

scelta una delle lettere scritte da Ho Chi Minh al Presidente degli Stati Uniti d'America Harry
Truman e, tra le varie, precisamente quella con datazione 16 febbraio 1946, Hanoi, Vietnam.
Senza bisogno di introdurre il testo, qui riportato nella forma presentata dalle scansioni
dell'originale, ora disponibili sul sito internet dei National Archives of the United States of
America, è opportuno passare direttamente alla lettura:
“DEAR MR PRESIDENT,
I avail myself of this opportunity to thank you and the people of United States for the interest shown by your
representatives at the United Nations Organization in favour of the dependents peoples.
Our VIETNAM people, as early as 1941, stood by the Allies' side and fought against the Japanese and their
associates, the French colonialists.
From 1941 to 1945 we fought bitterly, sustained by the patriotism of our fellow-countrymen and by the
promises made by the Allies at YALTA, SAN FRANCISCO and POSTDAM.

When the Japanes were defeated in August 1945, the whole Vietnam territory was united under a
Previsional Republican Government which immediately set out to work. In five months, peace and order were
restored, a democratic republic was established on legal bases, and adequate help was given to the Allies in the
carrying out of their disarmament mission.
But the French colonialists, who had betrayed in war-time both the Allies and the Vietnamese, have
come back and are waging on us a murderous and pitiless war in order to reestblish their domination. Their
invasion has extended to South Vietnam and is menacing us in North Vietnam. It would take volumes to give
even an abhreviated report of the crimes and assassinations they are committing every day in the fighting area.
This aggression is contrary to all principles of international law and to the pledges made by the Allies
during the World War. It is a challege to the noble attitude shown before, during and after the war by the United
States Government and People. It violently contrasts with the firm stand you have taken in your twelve point
declaration, and with the idealistic loftiness and generosity expresses by your delegates to the United Nations

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Assembly, MR BYRNES, STETTINUS and J.F. DULLES.
The French aggression on a peace-loving people is a direct menace to world security. It implies the
complicity, or at least, the connivance of the Great Democracies. The United Nations ought to keep their words.
They ought to interfere to stop this unjust war, and to show that they mean to carry out in peace-time the
principles for which they fought in war-time.
Our Vietnam people, after so many years of spoliation and devastation, is just beginning its building-up
work. It needs security and freedom, first to achieve internal propserity and welfare, and later to bring its small
contribution to world-reconstruction.
These security and freedom can only be guaranteed by our independence from any colonial power, and
our free cooperation with all other powers. It is with this firm conviction that we request of the United States as
guardians and champions of World Justice to take a decisive step in support of our independence.
What we ask has been graciously grantes to the Philippines. Like the Philippines our goal is full
independence and full cooperation with the UNITED STATES. We will do our best to make this independence
and cooperation profitable to the whole world.

I am, Dear Mr PRESIDENT,
Respectfully Yours.
HO CHI MINH.2

Volendo ripercorrere per sommi capi un testo così complesso, si possono evidenziare
diversi nuclei tematici così riassumibili:


presentazione della situazione, contemporanea alla stesura della lettera, della nazione
vietnamita, descritta come vittima della rinnovata invasione coloniale dell'esercito
francese, con l'obiettivo di ristabilire il dominio e i privilegi di cui esso godeva nei
confronti del Vietnam prima del secondo conflitto mondiale;



analisi comparativa dei principi e dei cardini ideologici e politici definiti
dall'Organizzazione delle Nazioni Unite nelle conferenza che hanno posto fine alla
guerra e su cui i paesi alleati hanno convenuto nella instaurazione del nuovo ordine
mondiale basato sulla pace e sulla democrazia, nonché sull'autodeterminazione dei

2 da />Letter signed by Ho Chi Minh to President of the U.S. cites the principles supported by the U.S. before, during
and after the war, and in the UN; to call for U.S. aid to Viet-nam in the face of French aggression. Ho asks what
has been granted the Philippines --"like the Philippines our goal is full inde-pendence and full cooperation with
the UNITED STATES. pp. 266-268

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popoli oppressi da un potere straniero e invasore;



richiesta di aiuto rivolta con precisione agli Stati Uniti d'America, al loro governo e al
loro popolo, descritti come custodi e campioni della giustizia mondiale, affinché
sostengano apertamente il paese vietnamita nella sua lotta legittima per l'indipendenza,
visti anche tutti gli sforzi da questa messa in campo verso i nemici degli Alleati –
Giappone e Francia collaborazionista – durante la Seconda Guerra Mondiale.

Sarebbe poi interessante scendere in certi particolari formali e simbolici, se fosse possibile. Ci
accontenteremo di uno soltanto, ovvero l'uso della lettera maiuscola quando si parla di popolo
americano e di quella minuscola quando si usa la stessa parola per descivere la popolazione
vietnamita: da notare, questo, per sottolineare ancora maggiormente come, al di là dei
contenuti – ribaditi in questa lettera e in molte altre missive inviate dallo stesso mittente allo
stesso destinatario negli anni precedenti e successivi – chiaramente orientati a una
convergenza e a una indipendenza connotata da uno spirito di alleanza con gli Stati Uniti,
anche piccoli elementi formali come questo descrivano un gesto di sudditanza che, se non
fosse intenzionale, rivelerebbe comunque una svista altamente esplicativa anche senza
l'utilizzo di riferimenti psicoanalitici freudiani.
Il motivo della scelta di questo brano tratto dalle oltre settemila pagine dei Pentagon
Papers è il fatto che, oltre a non sortire nemmeno una risposta di ritorno all'uomo guida del
popolo vietnamita, la lettera venne conservata insieme alle altre senza che se ne facesse
menzione nei successivi anni di guerra americana in Vietnam – ostentata come una guerra di
liberazione verso un nemico comunista che stava mettendo in gionocchio il tentativo
democratico nel sud del paese (in realtà un regime corrotto e terrorista – ma il commento
esula dai nostri compiti) – per poi ripiombare sotto gli occhi di tutti nel 1971 attraverso la
trafugazione clandestina di questi documenti top-secret del Pentagono. Ovviamente, l'evento
suscitò scalpore; e un testo come questo, che già da solo metterebbe in discussione le teorie di
cospirazione antiamericana e filo(sino)sovietica della Repubblica del Vietnam, risulta ancora
più compromettente se viene considerato il fatto che fosse tenuto segreto magrado la sua
notorietà presso l'establishment di governo statunitense, guidato allora dal Segretario della
Difesa McNamara.

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Dal punto di vista storico-archivistico, questo elemento risulta di estremo interesse: è
utile infatti ragionare sul significato storico del documento, e sul carattere mutevole nel tempo
di questo suo aspetto. Agli occhi del mittente, che si stava appellando a diritti internazionali
condivisi e in particolare al paese ritenuto la guida e il simbolo di determinati ideali, il
documento appariva infatti come una legittima richiesta di attenzione e aiuto, orientato a
descrivere una situazione attraverso un testo ufficiale, sottoscritto dallo stesso, con
intestazione e datazione precise, e a farlo con lo scopo di risolvere il dramma politico nella
quale il proprio paese versava ingiustamente. Il valore dello scritto consisteva dunque nello
scopo ultimo delle richieste che in esse venivano avanzate.
Nell'atto della sua lunga conservazione sotto copertura, il destinario del testo – il
governo degli Stati Uniti d'America – annulla in qualche modo un riconoscimento ufficiale al
documento. Lo riceve e, al contrario della presa in carico delle formule di richiesta in esso
contenute, non solo non risponde positivamente, ma non fornisce replica alcuna al mittente:
da questo momento, l'oggetto presenta caratteri carsici, esistendo cioé nella forma della sua
assenza. Il valore del documento, dal momento della ricezione a quello della sua
pubblicazione clandestina ventisei anni più tardi, è quello di qualcosa che va tenuto segreto
per convenienza politica: il motivo per cui si è scelto di soffermarsi su questo punto deriva
dalla riflessione comparativa con documenti quali richieste generiche che in epoca bassomedievale in Italia venivano inviate al Papa. Paolo Cammarosano, in Italia medievale3, spiega
come spesso il documento – al quale veniva apposta una sigla che costituiva la risposta papale
per poi essere reinviato al mittente talvolta senza nessuna preoccupazione di copiatura – si
risolvesse nel valore della propria richiesta. Lo schema, in quel caso, era quello di una
ricezione, seguita da un rapporto con il valore intrinseco del documento – che lo modificava,
conferendo ad esso un valore differente – e quindi da un reinvio che richiudeva il circolo
virtuoso della corrispondenza. Nel nostro caso invece, siamo davanti a un movimento
esattamente opposto: alla ricezione seguono una mancata considerazione del contenuto
intrinseco, in qualche modo un non-rapporto o un rapporto di negazione attiva rispetto al
documento, e una mancata registrazione ufficiale che inibisce il circolo della corrispondenza

interrompendo il ciclo di vita del documento; il quale, oltre a vedere vanificato il proprio
3 Paolo Cammarosano, Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte, Carocci Editore, Roma 2016

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scopo, non veicola un risultato né positivo né negativo. In un certo senso, scompare.
Ultimo passaggio: nella sua edizione clandestina, il documento – diventando di
dominio pubblico – non solo riprende il contatto con il proprio significato originario, ma
assume un valore terzo che si distingue sia da quello attribuitogli nel tempo del proprio
nascondimento, sia da quello di corrispondenza ufficiale per il quale esso era stato creato.
Infatti, contribuisce ora – insieme a tutti gli altri documenti segreti pubblicati con esso – a
provocare una crisi di governo, a mobilitare le più alte istituzioni dello stato americano, ad
essere letto e analizzato, costituendo prova materiale di un processo giuridico, e infine ad
essere gestito e conservato da un archivio nazionale che ne garantisce la visibilità e lo studio.
Questa serie di riflessioni, che ci porta direttamente alla lettura del secondo e ultimo
esempio che sarà affrontato in questa sede, vuole mostrare come possa essere di enorme
interesse per la storiografia soffermarsi sul valore mutevole di un documento storico che, nato
e prodotto con determinate caratteristiche, vive una vita propria determinata dagli eventi che
ne hanno segnato la conservazione, finendo per assumere peculiarità che trasformano
sostanzialmente gli schemi di lettura e la rilevanza virtuale legata alla materialità dell'oggetto
d'archivio.

3.

La Dichiarazione di Arbroath
Come preannunciato nel capitolo introduttivo di questo breve lavoro, è nostra

intenzione soffermarci su alcune caratteristiche materiali e contenutistiche del testo noto come
Declaration of Arbroath, conservato attualmente a Edimburgo, di cui ora si propone il testo.

Non ci si potrà soffermare su tutte le preziosissime informazioni storiche in esso contenute, né
sulle implicazioni politiche del documento all'epoca della sua produzione. L'invito, invece, è
quello di riflettervi tenendo a mente il documento analizzato nel capitolo precedente e il taglio
che si è voluto dare alla lettura concettuale del suo valore archivistico.
“Sanctissimo Patri in Christo ac Domino, domino Johanni, diuina prouidiencia Sacrosauncte Romane et
Vniuersalis Ecclesie Summo Pontifici, Filii Sui Humiles et deuoti Duncanus Comes de Fyf, Thomas Ranulphi
Comes Morauie Dominus Mannie et Vallis Anandie, Patricius de Dumbar Comes Marchie, Malisius Comes de

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Stratheryne, Malcolmus Comes de Leuenax, Willelmus Comes de Ross, Magnus Comes Cathanie et Orkadie et
Willelmus Comes Suthirlandie; Walterus Senescallus Scocie, Willelmus de Soules Buttelarius Scocie, Jacobus
Dominus de Duglas, Rogerus de Moubray, Dauid Dominus de Brechyn, Dauid de Graham, Ingeramus de
Vmfrauille, Johannes de Menetethe Custos Comitatus de Menetethe, Alexander Fraser, Gilbertus de Haya
Constabularius Scocie, Robertus de Keth Marescallus Scocie, Henricus de Sancto Claro, Johannes de Graham,
Dauid de Lindesay, Willelmus Olifaunt, Patricius de Graham, Johannes de Fentoun, Willelmus de Abirnithy,
Dauid de Wemys, Willelmus de Montefixo, Fergusius de Ardrossane, Eustachius de Maxwell, Willelmus de
Ramesay, Willelmus de Montealto, Alanus de Morauia, Douenaldus Cambell, Johannes Cambrun, Reginaldus le
chen, Alexander de Setoun, Andreas de Lescelyne, et Alexander de Stratoun, Ceterique Barones et
Liberetenenetes ac tota Communitas Regni Scocie, omnimodam Reuerenciam filialem cum deuotis Pedum
osculis beatorum.
Scimus, Sanctissime Pater et Domine, et ex antiquorum gestis et libris Colligimus quod inter Ceteras naciones
egregias nostra scilicet Scottorum nacio multis preconijs fuerit insignita, que de Maiori Schithia per Mare
tirenum et Columpnas Herculis transiens et in Hispania inter ferocissimas gentes per multa temporum curricula
Residens a nullis quantumcumque barbaricis poterat allicubi gentibus subiugari. Indeque veniens post mille et
ducentos annos a transitu populi israelitici per mare rubrum sibi sedes in Occidente quas nunc optinet, expulsis
primo Britonibus et Pictis omnino deletis, licet per Norwagienses, Dacos et Anglicos sepius inpugnata fuerit,
multis cum victorijs et Laboribus quamplurimis adquisuit, ipsaque ab omni seruitute liberas, vt Priscorum
testantur Historie, semper tenuit. In quorum Regno Centum et Tredescim Reges de ipsorum Regali prosapia,

nullo alienigena interueniente, Regnauerunt.
Quorum Nobilitates et Merita, licet ex aliis non clarerent, satis patenter effulgent ex eo quod Rex Regum et
dominancium dominus Jhesus Christus post passionem suam et Resurreccionem ipsos in vltimis terre finibus
constitutos quasi primos ad suam fidem sanctissimam conuocauit. Nec eos per quemlibet in dicta fide confirmari
voluit set per suum primum apostolum vocacione quamuis ordine secundum vel tercium, sanctum Andream
mitissimum beati Petri Germanum, quem semper ipsis preesse voluit vt Patronum.
Hec autem Sanctissimi Patres et Predecessores vestri sollicita mente pensantes ipsum Regnum et populum vt
beati Petri germani peculium multis fauoribus et priuilegijs quamplurimis Munierunt, Ita quippe quod gens
nostra sub ipsorum proteccione hactenus libera deguit et quieta donec ille Princeps Magnificus Rex Anglorum
Edwardus, pater istius qui nunc est, Regnum nostrum acephalum populumque nullius mali aut doli conscium nec
bellis aut insultibus tunc assuetum sub amici et confederati specie inimicabiliter infestauit. Cuius iniurias, Cedes,
violencias, predaciones, incendia, prelatorum incarceraciones, Monasteriorum combustiones, Religiosorum
spoliaciones et occisiones alia quoque enormia et innumera que in dicto populo exercuit, nulli parcens etati aut
sexui, Religioni aut ordini, nullus scriberet nec ad plenum intelligeret nisi quem experiencia informaret.
A quibus Malis innumeris, ipso Juuante qui post uulnera medetur et sanat, liberati sumus per strenuissimum
Principem, Regem et Dominum nostrum, Dominum Robertum, qui pro populo et hereditate suis de manibus
Inimicorum liberandis quasi alter Machabeus aut Josue labores et tedia, inedias et pericula, leto sustinuit animo.
Quem eciam diuina disposicio et iuxta leges et Consuetudines nostra, quas vsque ad mortem sustinere volumus,
Juris successio et debitus nostrorum omnium Consensus et Assensus nostrum fecerunt Principem atque Regem,
cui tanquam illi per quem salus in populo nostro facta est pro nostra libertate tuenda tam Jure quam meritis
tenemur et volumus in omnibus adherere.
Quem si ab inceptis desisteret, Regi Anglorum aut Anglicis nos aut Regnum nostrum volens subicere, tanquam
Inimicum nostrum et sui nostrique Juris subuersorem statim expellere niteremur et alium Regem nostrum qui ad
defensionem nostram sufficeret faceremus. Quia quamdiu Centum ex nobis viui remanserint, nuncquam
Anglorum dominio aliquatenus volumus subiugari. Non enim propter gloriam, diuicias aut honores pugnamus set
propter libertatem solummodo quam Nemo bonus nisi simul cum vita amittit.
Hinc est, Reuerende Pater et Domine, quod sanctitatem vestram omni precum instancia genuflexis cordibus
exoramus quatinus sincero corde Menteque pia recensentes quod apud eum cuius vices in terris geritis cum non
sit Pondus nec distinccio Judei et greci, Scoti aut Anglici, tribulaciones et angustias nobis et Ecclesie dei illatas
ab Anglicis paternis occulis intuentes, Regem Anglorum, cui sufficere debet quod possidet cum olim Anglia

septem aut pluribus solebat sufficere Regibus, Monere et exhortari dignemini vt nos scotos, in exili degentes
Scocia vltra quam habitacio non est nichilque nisi nostrum Cupientes, in pace dimittat. Cui pro nostra
procuranda quiete quicquid possumus, ad statum nostrum Respectu habito, facere volumus cum effectu.
Vestra enim interest, sancte Pater, hoc facere qui paganorum feritatem, Christianorum culpis exigentibus, in
Christianos seuientem aspicitis et Christianorum terminos arctari indies, quantumque vestre sanctitatis memorie
derogat si (quod absit) Ecclesia in aliqua sui parte vestris temporibus patiatur eclipsim aut Scandalum, vos

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videritis. Excitet igitur Christianos Principes qui non causam vt causam ponentes se fingunt in subsidium terre
sancte propter guerras quas habent cum proximis ire non posse. Cuius inpedimenti Causa est verior quod in
Minoribus proximis debellandis vtilitas propior et resistencia debilior estimantur. Set quam leto corde dictus
dominus Rex noster et Nos si Rex Anglorum nos in pace dimitteret illuc iremus qui nichil ignorat satis novit.
Quod Christi vicario totique Christianitati ostendimus et testamur.
Quibus si sanctitas vestra Anglorum relatibus nimis credula fidem sinceram non adhibeat aut ipsis in nostram
confusionem fauere non desinat, corporum excidia, animarum exicia, et cetera que sequentur incomoda que ipsi
in nobis et Nos in ipsis fecerimus vobis ab altissimo credimus inputanda.
Ex quo sumus et erimus in hiis que tenemur tanquam obediencie filii vobis tanquam ipsius vicario parati in
omnibus complacere, ipsique tanquam Summo Regi et Judici causam nostram tuendam committimus, Cogitatum
nostrum Jactantes in ipso sperantesque firmiter quod in nobis virtutem faciet et ad nichilum rediget hostes
nostros.
Sanctitatem ac sanitatem vestram conseruet altissimus Ecclesie sue sancte per tempora diuturna.
Datum apud Monasterium de Abirbrothoc in Scocia sexto die mensis Aprilis Anno gracie Millesimo
Trescentesimo vicesimo Anno vero Regni Regis nostri supradicti Quinto decimo.
Endorsed: Littere directe ad dominum Supremum Pontificem per communitatem Scocie.”4

Come già affermato, potrebbe apparire quasi impertinente volersi occupare di un testo
fondamentale per la storia europea senza dedicare spazio ai molti temi di grandissima
rilevanza in esso sviluppati. In questa sede, tuttavia, è nostra intenzione sviscerare alcuni

elementi che ci permettono di svolgere un breve studio comparativo in relazione a quanto
affrontato nel precedente capitolo. Il testo, anch'esso una missiva, è stato scritto in latino –
come qui riportato – il 6 aprile del 1320 e indirizzato a Papa Giovanni XXII affinchè
intervenisse in favore delle ragioni scozzesi nel lungo conflitto che si protraeva da anni tra la
corona inglese e il popolo che abitava i territori nel nord dell'isola britannica. La lettera si apre
nel protocollo con l'inscriptio e la

salutatio, dalle quali apprediamo il destinatario del

documento, il Papa, seguito dai propri titoli spirituali e dall'indicazione del potere religioso
sulla Santa Romana Chiesa Universale; subito dopo, nell'intitulatio, veniamo a conoscenza
degli otto conti e dei quaranta baroni scozzesi che si descrivono come sottoscrittori della
missiva. Successivamente, nel testo, si passa ai contenuti vivi: viene narrata con vivacità
retorica e simbolica l'epopea del popolo scozzese; il lettore apprende, da questa sezione, la
provenienza europea continentale di questa popolazione, che trova le proprie origini nel
territorio della Scizia. Il racconto è arricchito da riferimenti biblici, con accostamenti
temporali che collocano la fondazione della nazione scozzese all'interno di coordinate
testamentarie (degno di nota, considerando il destinatario del documento), a indicare la
conquista della terra che sarebbe diventata “casa” di quegli uomini e di quelle donne, nella
4 Transcription and Translation of the Declaration of Arbroath, 6 April 1320 National Records of Scotland,
SP13/7, da . Segue
traduzione in lingua inglese al termine del presente studio.

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quale ancora oggi essi vivono. Di qui si passa a narrare tutti i tentativi di spoliazione di questo
territorio perpetrati verso gli scozzesi da parte dei Britanni, dei Pitti, dei Norvegesi e infine
dagli Inglesi: molti sforzi e vittorie, però – afferma il testo – valsero ai legittimi abitanti il
possesso della loro patria. Viene sottolineata la continuità con cui gli Scoti regnarono sulla

propria terra, mettendo l'accento sull'assenza di interruzioni nell'esercizio della propria
autodeterminazione politica. Si fa riferimento, inoltre, alla sacra protezione di cui essi
beneficiarono da parte di colui che fu il primo degli apostoli di Cristo, Sant'Andrea.
Nonostante tutto questo tempo bastasse a confermare le prerogative di quel popolo sul suo
territorio, e nononstante i predecessori dell'attuale Papa avessero sempre protetto questo
diritto a qualsiasi tipo di subordinazione, si racconta che Edoardo – padre dell'attuale re di
Ighilterra – venne sotto le sembianze di un amico a tentare di rovesciare lo stato di cose che
durava in terra scozzese fin dalla propria fondazione. Una volta affrontati i temi più
contemporanei e narrati i successivi svolgimenti di questo conflitto causato dalla prepotenza
di un monarca nemico, si passa al frammento più noto della missiva, dopo aver descritto il
riconoscimento di Robert the Bruce come legittimo Re di Scozia: “perché, se anche solo cento
di noi rimanessero in vita, mai saremo sotto condizione alcuna sottomessi al dominio degli
Inglesi. È in verità non per gloria, né per avidità, né per gli onori che stiamo combattendo, ma
per la sola libertà, a cui nessun uomo onesto rinuncia se non rinunciando alla propria stessa
vita”. Il Papa viene allora invitato a guardare con gli occhi di un padre ai soprusi e alle
angherie portate dagli Inglesi nei confronti del popolo scozzese e della Chiesa di Dio, e a
esortare con la propria autorità religiosa il Re inglese a lasciare questo popolo in pace a vivere
nella propria terra, promettendo la propria fedeltà e la propria disponibilità a servire il Santo
Padre e la Chiesa in qualsiasi modo. E avvertono che se il Papa, vicario di Cristo sulla terra,
dovesse dare invece ascolto alle narrazioni degli inglesi, allora le guerre e le carneficine non
avranno fine e rimarranno di sicuro sulla Sua coscienza. La lettera di conclude con la
datazione cronologica e geografica della sua stesura.
È notevole cogliere subito alcuni effettivi parallelismi tra i due documenti analizzati:


in entrambi i testi qualcuno, parlando a nome del proprio popolo, si rivolge a un
autorità i cui valori, ad essa attribuiti, dovrebbero valere come premessa per
l'accoglienza della richiesta avanzata;
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in entrambi i testi, la causa del male che costringe i mittenti a produrre il documento
risiede nella scorrettezza politica di un popolo invasore;



in entrambi i casi, i valori a cui si fa riferimento, prima politici e ora religiosi, sono
considerati universali e inopinatamente condivisi dai mittenti e dai destinatari della
missiva;



in questo ultimo testo, come nel precedente, si chiede un intervento immediato che, in
virtù del potere del destinatario, porterebbe alla risoluzione del problema evidenziato.
È utile però aggiungere un altro dettaglio, più chiaro in questa Dichiarazione che nella

lettera precedentemente analizzata (dove era sì presente, ma in maniera sottointesa e non
chiaramente esplicitata): emerge, tra i punti di forza delle tesi avanzate dai sottoscrittori della
lettera, un valore consuetudinario alla base del diritto che si difende. Come spiega Alessandro
Barbero nello studio di Una fonte notarile, nel volume dedicato alla metodologia storiografica
curato da Sergio Luzzatto, anche e soprattutto in epoca medioevale – anche in cause di minore
importanza e legate alla vità di comunità molto più piccole di un popolo nella sua totalità – “la
consuetudine aveva forza di legge, tutti sapevano che se determinati oneri erano stati
sopportati a lungo senza protestare, non era più possibile contestarli”5, così come laddove un
determinato diritto era stato difeso ed esercitato ciò costitutiva a livello sociale una prova
anche giuridica di tale rivendicazione. Anche qui, come si può notare, i conti e i baroni di
Scozia tengono particolarmente a tracciare un quasi mitologico breviario ab urbe condita del
radicamento del proprio popolo su quei territori, precisando questa consuetudine con una

formula assolutamente esplicativa: “nullo alienigena interueniente”. Questo non accade con la
stessa forza nella lettera di Ho Chi Minh al Presidente Truman, anche vista la differenza
temporale delle due situazioni, ma in effetti traspare abbastanza esplicitamente – in quella e
nelle altre lettere del capo di stato vietnamita – la naturale appartenenza al popolo vietnamita
del territorio che aveva sempre difeso e per il quale aveva lottato, sconfiggendo e ribadendo
saltuariamente e contro diversi nemici la propria indipendenza.
Questi punti in comune, in realtà, ci permettono di osservare i testi come simili proprio
per cogliere – da un altro punto di vista – le fondamentali differenze che li caratterizzano,
5 Sergio Luzzatto, a cura di, Prima lezione di metodo storico, Editori Laterza, Roma-Bari 2010, p. 20

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secondo il taglio concettuale che questa ricerca si pone come proprio obiettivo. A livello di
storia dei processi politici, il secondo documento ha avuto le conseguenze storiche già citate
nel capitolo introduttivo: non abbiamo prova di un effettivo accolglimento per parte papale,
ma la storiografia ufficiale narra il sopraggiungimento dell'effettiva indipendenza scozzese
negli anni a venire e la sospensione delle sanzioni ecclesiastiche nei confronti del popolo di
Scozia. Sul piano archivistico, è già interessante notare che quella che ci giunge oggi è, come
si è anticipato, una copia. Del documento originale, inviato all'epoca alla sede papale
avignonese, non è rimasta traccia. Inoltre, la pergamena su cui si legge la Dichiarazione, è
danneggiata sopratutto in due parti che impedirebbe la lettura integrale del documento. Il
deterioramento, affermano ufficialmente i National Records of Scotland, è avvenuto nel
periodo storico in cui il castello di Edimburgo, sede ufficiale del documento, subì lavori di
ristrutturazione nel XVII secolo e la Dichiarazione fu spostata temporaneamente a
Tyninghame, l'abitazione dell'ufficiale in carica deputato alla gestione degli Archivi: lì la
paergamena fu rovinata dall'umidità e fu successivamente riportata presso il Deputy Clerk
Register. È solo grazie a un'ulteriore incisione effettuata nella prima metà del XVIII secolo
che siamo a conoscenza del testo integrale.
Volendo muoverci secondo le stesse coordinate utilizzate in precedenza, è possibile

cominciare da questo fatto: l'importanza attribuita al documento era così grande che
l'attenzione riposta in esso fu tale da sopperire a una disattenzione intercorsa per gli stessi
motivi, ovvero lo spostamento – in un luogo però inadatto – del documento al fine di
proteggerlo da eventuali danneggiamenti durante i lavori in corso all'interno del castello. La
materialità del documento e il suo contenuto sostanziale hanno vissuto di paripasso, e tanta è
l'importana attribuita dal popolo scozzese alla propria indipendenza, quanta era la necessità di
preservare lo stesso documento affinché quelle parole – “as long as a hundred of us remain
alive, never will we on any conditions be subjected to the lordship of the English” –
rimanessero incancellabili e incontrovertibili negli sviluppi storici successivi.
Ritornando alle vicende attorno alla produzione del documento, si può notare come
l'atto politico contestuale alla Dichiarazione fosse assolutamente indivisibile dal suo invio alla
sede papale avignonese: il suo valore effettivo non si dispiega nella materialità della sua
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stesura, ma nella sua presa in carico da parte del destinatario, le cui possibili decisioni –
contemplate entrambe alla fine del testo – sono di per sé già coimplicate nel gesto della sua
scrittura. Un valore quindi che, in un certo senso – a differenza del testo precedente – non
varia a seconda delle scelte del pontefice. L'aiuto americano richiesto da Ho Chi Minh,
avrebbe determinato un discrimine sostanziale nel proseguo dei conflitti in Indocina; la
decisione papale di non disattendere l'aspettativa scozzese, stando a quanto riportato nel
penultimo paragrafo, era in effetti invece la presa d'atto di un atto politico già avvenuto. Lungi
dallo scrivente minimizzare l'importanza dell'accoglimento o meno della richiesta da parte di
Giovanni XXII: è solamente interessante cogliere nei due casi una sostanziale diversità, che
nel primo permette al destinatario di eludere il proprio ruolo di interlocutore.
Ragionando retrospettivamente, in ogni caso, il valore d'effetto del documento che
conserviamo trasla dalla propria materialità alla propria virtualità, in quanto – essendo noi in
possesso soltanto di una copia, trattata però da chi si è occupato della conservazione come la
testimonianza fisica di un atto di indipendenza – il valore reale sarebbe contenuto nel
documento ricevuto fisicamente dal Papa, e oggi andato perduto. La segretezza che toccò per

ventisei anni alla lettera di Ho Chi Minh, invece, funziona da forbice rispetto al valore della
stessa: si intende con ciò che l'importanza storica dell'elusione americana delle richieste
vietnamite risiede nel contenuto virtuale (la sostanza, non la forma) della missiva, ma la
rilevanza dello scandalo scoppiato nel 1971 con la sua pubblicazione va di paripasso con la
fisicità del documento che ora leggiamo dal sito degli archivi americani, tenuto materialmente
nascosto e trafugato da un addetto ai lavori e quindi fotocopiato.

4.

Conclusioni
Lo scopo del presente lavoro è stato quello di avvicinare e allontanare due testi simili

nelle loro prerogative, ma completamente differenti per contesto e collocazione temporale, in
quanto prodotti a seicentoventisei anni di distanza l'uno dall'altro in paesi distanti più di
diecimila chilometri tra loro. È interessante, però, cogliere nelle pieghe della storia e della
documentazione archivistica quanto le stesse istanze abbiano da sempre cercato la propria
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espressione e il proprio riconoscimento per mezzo di strategie assolutamente congruenti: un
supporto, un testo, un contrassegno a indicazione del mittente, un autorità riconosciuta come
capace di intervenire, un invasore di cui liberarsi. Senza scendere in giudizi storici o politivi,
gesto che non compete a chi scrive, è invece utile affrontare documenti come questi sotto il
profilo del valore della loro conservazione, nella attualità della loro rilevanza archivistica e
nella possibile mutevolezza del loro significato: un carattere cangiante che è garanzia della
propria vitalità e della preziosità quanto mai attuale dello studio delle discipline storiche.

Traduzione in inglese della Declaration of Arbroath
To the most Holy Father and Lord in Christ, the Lord John, by divine providence Supreme Pontiff of the Holy Roman and
Universal Church, his humble and devout sons Duncan, Earl of Fife, Thomas Randolph, Earl of Moray, Lord of Man and of

Annandale, Patrick Dunbar, Earl of March, Malise, Earl of Strathearn, Malcolm, Earl of Lennox, William, Earl of Ross,
Magnus, Earl of Caithness and Orkney, and William, Earl of Sutherland; Walter, Steward of Scotland, William Soules, Butler
of Scotland, James, Lord of Douglas, Roger Mowbray, David, Lord of Brechin, David Graham, Ingram Umfraville, John
Menteith, guardian of the earldom of Menteith, Alexander Fraser, Gilbert Hay, Constable of Scotland, Robert Keith,
Marischal of Scotland, Henry Sinclair, John Graham, David Lindsay, William Oliphant, Patrick Graham, John Fenton,
William Abernethy, David Wemyss, William Mushet, Fergus of Ardrossan, Eustace Maxwell, William Ramsay, William
Mowat, Alan Murray, Donald Campbell, John Cameron, Reginald Cheyne, Alexander Seton, Andrew Leslie and Alexander
Straiton, and the other barons and freeholders and the whole community of the realm of Scotland send all manner of filial
reverence, with devout kisses of his blessed feet.
Most Holy Father, we know and from the chronicles and books of the ancients we find that among other famous nations our
own, the Scots, has been graced with widespread renown. It journeyed from Greater Scythia by way of the Tyrrhenian Sea
and the Pillars of Hercules, and dwelt for a long course of time in Spain among the most savage peoples, but nowhere could it
be subdued by any people, however barbarous. Thence it came, twelve hundred years after the people of Israel crossed the
Red Sea, to its home in the west where it still lives today. The Britons it first drove out, the Picts it utterly destroyed, and,
even though very often assailed by the Norwegians, the Danes and the English, it took possession of that home with many
victories and untold efforts; and, as the histories of old time bear witness, they have held it free of all servitude ever since. In
their kingdom there have reigned one hundred and thirteen kings of their own royal stock, the line unbroken by a single
foreigner.
The high qualities and merits of these people, were they not otherwise manifest, shine forth clearly enough from this: that the
King of kings and Lord of lords, our Lord Jesus Christ, after His Passion and Resurrection, called them, even though settled
in the uttermost parts of the earth, almost the first to His most holy faith. Nor did He wish them to be confirmed in that faith
by merely anyone but by the first of His Apostles - by calling, though second or third in rank - the most gentle Saint Andrew,
the Blessed Peter’s brother, and desired him to keep them under his protection as their patron for ever.
The Most Holy Fathers your predecessors gave careful heed to these things and strengthened this same kingdom and people
with many favours and numerous privileges, as being the special charge of the Blessed Peter’s brother. Thus our people
under their protection did indeed live in freedom and peace up to the time when that mighty prince the King of the English,
Edward, the father of the one who reigns today, when our kingdom had no head and our people harboured no malice or
treachery and were then unused to wars or invasions, came in a guise of a friend and ally to harass them as an enemy. The
deeds of cruelty, massacre, violence, pillage, arson, imprisoning prelates, burning down monasteries, robbing and killing
monks and nuns and yet other outrages without number which he committed against our people, sparing neither age nor sex,

religion nor rank, no-one could describe nor fully imagine unless he had seen them with his own eyes.
But from these countless evils we have been set free, by the help of Him who though He afflicts yet heals and restores, by our

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most tireless prince, King and lord, the lord Robert. He, that his people and his heritage might be delivered out of the hands
of our enemies, bore cheerfully toil and fatigue, hunger and peril, like another Maccabaeus or Joshua. Him, too, divine
providence, the succession to his right according to our laws and customs which we shall maintain to the death, and the due
consent and assent of us all have made our prince and king. To him, as to the man by whom salvation has been wrought unto
our people, we are bound both by his right and by his merits that our freedom may be still maintained, and by him, come
what may, we mean to stand.
Yet if he should give up what he has begun, seeking to make us or our kingdom subject to the King of England or the
English, we should exert ourselves at once to drive him out as our enemy and a subverter of his own right and ours, and make
some other man who was well able to defend us our King; for, as long as a hundred of us remain alive, never will we on any
conditions be subjected to the lordship of the English. It is in truth not for glory, nor riches, nor honours that we are fighting,
but for freedom alone, which no honest man gives up but with life itself.
Therefore it is, Reverend Father and Lord, that we beseech your Holiness with our most earnest prayers and suppliant hearts,
inasmuch as you will in your sincerity and goodness consider all this, that, since with Him Whose vice-gerent on earth you
are there is neither weighing nor distinction of Jew and Greek, Scotsman or Englishman, you will look with the eyes of a
father on the troubles and privations brought by the English upon us and upon the Church of God. May it please you to
admonish and exhort the King of the English, who ought to be satisfied with what belongs to him since England used once to
be enough for seven kings or more, to leave us Scots in peace, who live in this poor little Scotland, beyond which there is no
dwelling-place at all, and covet nothing but our own. We are sincerely willing to do anything for him, having regard to our
condition, that we can, to win peace for ourselves.
This truly concerns you, Holy Father, since you see the savagery of the heathen raging against the Christians, as the sins of
Christians have indeed deserved, and the frontiers of Christendom being pressed inward every day; and how much it will
tarnish your Holiness’s memory if (which God forbid) the Church suffers eclipse or scandal in any branch of it during your
time, you must perceive. Then rouse the Christian princes who for false reasons pretend that they cannot go to the help of the
Holy Land because of wars they have on hand with their neighbours. The real reason that prevents them is that in making

war on their smaller neighbours they find a readier advantage and weaker resistance. But how cheerfully our lord the King
and we too would go there if the King of the English would leave us in peace, He from Whom nothing is hidden well knows;
and we profess and declare it to you as the Vicar of Christ and to all Christendom.
But if your Holiness puts too much faith in the tales the English tell and will not give sincere belief to all this, nor refrain
from favouring them to our undoing, then the slaughter of bodies, the perdition of souls, and all the other misfortunes that
will follow, inflicted by them on us and by us on them, will, we believe, be surely laid by the Most High to your charge.
To conclude, we are and shall ever be, as far as duty calls us, ready to do your will in all things, as obedient sons to you as
His Vicar, and to Him as the Supreme King and Judge we commit the maintenance of our cause, casting our cares upon Him
and firmly trusting that He will inspire us with courage and bring our enemies to nothing.
May the Most High preserve you to His Holy Church in holiness and health for many days to come.
Given at the monastery of Arbroath in Scotland on the sixth day of the month of April in the year of grace thirteen hundred
and twenty and the fifteenth year of the reign of our King aforesaid.

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